Massimo de Vita: il teatro di paglia è un monito per i professionisti

Massimo De Vita è direttore artistico, regista e attore del Teatro Officina, con il quale ha prodotto e firmato una quarantina di spettacoli. Ha attualmente in carico un laboratorio teatrale con i rifugiati politici, promosso e sostenuto dall’Ufficio per adulti e politiche per l’immigrazione del Comune di Milano.

Massimo De Vita è direttore artistico, regista e attore del Teatro Officina, con il quale ha prodotto e firmato una quarantina di spettacoli. Ha attualmente in carico un laboratorio teatrale con i rifugiati politici, promosso e sostenuto dall’Ufficio per adulti e politiche per l’immigrazione del Comune di Milano.

Nella mia pratica di teatro sociale, che concretizzo in una realtà metropolitana come Milano dirigendo ormai da quarant’anni il Teatro Officina, ho sempre avuto davanti, e viva in me, l’immagine dell’agorà greca: cittadini riuniti per parlare della loro vita, ascoltarsi e poi decidere tutti insieme. E in fondo il teatro, proprio in quell’antica Grecia, nacque esattamente così: il declivio di una collina a fare da spalti (i teatri veri e propri verranno costruiti molto dopo) e, seduti alla luce del tramonto, i cittadini venuti ad ascoltare storie che raccontano di loro stessi, di cosa era accaduto o sarebbe potuto accadere nella loro civis. Per pensarci, per elaborare e sedimentare, ed infine per sublimare – attraverso la catarsi, secondo Aristotele – e cioè superare i problemi, dandolo loro una forma nuova.

Il teatro di paglia sembra ricostruire questo scenario atavico. Sarà forse perché ho assistito ad una manifestazione di teatro di paglia a Ferrazzano, in Molise, una terra primigenia, purissima nel suo essere rimasta intatta e antica. Sarà forse perché c’era il tramonto, o perché il teatro è stato costruito insieme da tutti i partecipanti trascinando balle di paglia, grandi e piccini, anziani e bambini, come se lavorassero con leggerezza e serietà ad una costruzione propria, ad un manufatto di cui ci si prende cura. Sarà perché tutti coloro che hanno recitato hanno cercato di portare un pezzo significativo di sé (qualcuno ha addirittura scritto il brano appositamente per l’evento, perché voleva dirlo e condividerlo lì, con quelle persone). Sarà perché l’uso del dialetto mi è finalmente sembrato il ritorno ad un teatro popolare nell’accezione nobile del termine, che affonda cioè le sue radici nell’humus di un popolo. Sarà perché narrazione e convivialità si intrecciavano naturalmente attraverso il banchetto di cibo offerto alla fine, sarà… Sarà per tutto questo, o per altro ancora – che preferisco lasciare come emozione in uno spazio sospeso, dove la parola si arresta prima – ma credo che il teatro di paglia rappresenti oggi una bella esperienza di condivisione, di teatro popolare che potrebbe aiutare tutti noi operatori culturali a metterci al riparo da un rischio pesante a cui il teatro contemporaneo a volte si espone: il rischio dell’autoreferenzialità, di un parlarsi addosso fra addetti ai lavori, dimentichi della vita e della realtà delle persone intorno a noi. E questo è un monito importante perché non bisognerebbe mai perdere di vista che il mondo è più grande del nostro piccolo mondo, e che il teatro – specchio del mondo – è (per sua fortuna e salvezza) più grande del teatro che alcuni professionisti pensano di fare.

Massimo de Vita – Milano, 25 agosto 2016

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