Un teatro francescano

Francesca Messinese, tra gli organizzatori del Teatro di Paglia di Montespertoli (Firenze), ci racconta la sua esperienza con la coincidenza scenica dell’8 giugno 2014.

4 montespertoli 2014Un grande successo il Teatro di Paglia, un dono per tutti e da tutti condiviso. Io sono felice, con una gioia sottile a profonda nel cuore, leggera, come se avessi “servito”, come se avessi sfiorato ciò che è forse descritto come “xxxxxx”, una parola che non conosco. E per dirla “alla Francesco d’Assisi”, che pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: «Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!» (dalla Vita di S. Francesco), dati i miei trascorsi teatrali oggi direi: andate e riparate il mio teatro, quello dell’ “incomincio” quello primitivo, come vedete è tutto in rovina! Come fosse una casa disabitata che poi si china su stessa nel tentativo di distruggersi per forse poi ricrearsi.

Francesca Messinese, al centro.

Francesca Messinese, al centro.

Una croce e una spada. Don Quijote. Gli spaventapasseri. Paglia, paglia, e piglia la balla di paglia, e piglia pure un filo di… paura, ma ma poi con il teatro di paglia il cuore non sbaglia (per dirla alla Mata).
Un servizio dunque (mi domando): creare solo delle opportunità affinché ci sia il modo, ci sia lo spazio dell’incontro, dove il dare è prendere e prendere è dare. Un Tao: yin yang con la sua alternanza di bianco e di nero con un bianco che ha del nero e del nero cha ha in sé il bianco, elementi indispensabili a generare quella vibrazione.
Anna mi scrisse: “Vedrai che poco a poco le cose vanno avanti e come dicono i permacultori: lento e piccolo è bello”.

Piccolo è bello...

Piccolo è bello…

Questa è un’iniziativa che deve rimanere nel piccolo perché è GRANDE, affinché non si disperda – affinché continui a risvegliare quella scintilla di TEATRO di pace, di amore, di terra, di tradizioni, di anima di tante anime…
Mi faccio custode di ciò, per quello che posso, che potrò fare, mi faccio come “ambasciatrice” di questo teatro della stalla, della mangiatoia dell’aia, del campo, degli oracoli, degli ALBERI che si stupiscono di avere compagnia attorno, che sono felici di essere celebrati.
Il servire ad altri quel dono che mi è giunto dal fare teatro e condividerlo, in quei luoghi che lasciano lo spazio all’espressione primitiva, primaria, il Mostro Me e la mia ombra – l’io sono, che diviene il noi siamo, io sono l’altro, l’altro è me.
Culliamoci in questa grande mangiatoia di paglia senza sipario, dove forse il sipario si apre per ognuno il giorno dopo con un copione di vita diverso: un copione che ha una nuova prospettiva, una nuova via di fuga. L’infinito rinnovarsi dell’essere
Shiva, il distruttore e restauratore… Ho visto Shiva allontanarsi nella distanza danzando quella distanza che solo io avevo interposto tra me e lui per timore che mi ferisse quella nuova morte e rinascita. Shiva mi ha sfiorato con mano lieve e sono ancora più viva.

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